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GREAT RESIGNATION E QUITE QUITTING: LA GRANDE FUGA DAL LAVORO DIPENDENTE POST PANDEMIA

In Italia nel 2022 si è registrato il 30% di licenziamenti volontari in più rispetto al 2021. Un vero record che rientra nella tendenza partita dagli USA e definita “Great resignation”, grandi dimissioni. A questo fenomeno globale si è aggiunto il Quiet quitting, una modalità light di distacco dal lavoro. Cosa c’è dietro la crisi del mercato occupazionale?

DIMISSIONI DI MASSA (GREAT RESIGNATION): NUMERI DEL FENOMENO DAGLI USA ALL’ITALIA

GREAT RESIGNATION: in italiano GRANDI DIMISSIONI, o DIMISSIONI DI MASSA. Si intende una catena di licenziamenti volontari da parte di lavoratori e lavoratrici dipendenti di aziende o imprese diverse in un breve lasso di tempo. Questa tendenza è stata osservata a livello globale, non circoscritta ad una singola nazione, nell’immediato periodo post pandemico, tra il 2021 e il 2022. La definizione di Great resignation è stata coniata da Anthony Klotz, docente presso la Mays Business School of Texas A&M University.

Per comprendere un fenomeno di così vasta portata che abbraccia ambiti di eccezionale rilevanza quali quello economico, sociale, e sanitario, dobbiamo partire dai numeri:

  • nel 2022 la cifra è aumentata ulteriormente, arrivando al record di 50,5 milioni di persone che hanno rassegnato le loro dimissioni. I dati sono stati raccolti dall’indice JOLTS (Job Openings and Labor Turnover Suervey), che studia le fluttuazioni del marcato occupazionale USA;

  • Nel 2021 47,8 milioni di lavoratori e lavoratrici negli USA si sono licenziati dal posto di lavoro che occupavano. Nel solo mese di agosto 4,6 milioni di americane/e hanno rassegnato le dimissioni, la maggior parte dei quali non appartenenti alla fascia under 30, bensì over 40;

  • nell’Eurozona Francia, Spagna e Italia sono state, nel 2022, le nazioni in cui si è registrato il picco massimo di dimissioni volontarie;

  • in Spagna nel 2021 il 20% delle persone senza un impiego aveva lasciato volontariamente il lavoro precedente

  • in Italia, secondo dati INPS, oltre tre milioni di lavoratori/trici si sono licenziati nei primi mesi del 2022, con un incremento del 36% rispetto all’anno precedente per tutte le tipologie di contratto, in particolare per i contratti stagionali (+ 64%). Nel solo trimestre del 2022 i licenziamenti volontari sono stati 306.710;

  • sempre in Italia le Dimissioni di massa hanno coinvolto ben il 60% delle aziende, ma l’età degli “abbandoni” è inferiore rispetto a quanto visto negli USA riguardando soprattutto giovani tra i 26 e i 35 anni.

La Grande Domanda dietro le Grandi dimissioni: Perché hai lasciato il lavoro?

Il fenomeno Great Resignation, è fatto di tante piccole storie di lavoro andate a male. Di tante spugne gettate, di tante gocce amare mandate giù, che hanno finito per traboccare. Di tante facce di lavoratori e di lavoratrici che una mattina si sono guardati allo specchio, e non si sono riconosciuti. Le motivazioni che hanno spinto milioni di dipendenti a dimettersi sono varie, ma hanno molto a che fare con la necessità di salvaguardare il proprio benessere mentale “riqualificandosi” anche sotto il profilo professionale. Alla domanda dei sondaggi: “Perché hai lasciato il lavoro?”, le risposte si sono concentrate sulle “mancanze” non ritenute più sostenibili.

Mancanza di flessibilità, mancanza di tempo da dedicare alla vita privata, mancanza di commisurazione tra l’impegno richiesto e la retribuzione, mancanza di gratificazioni professionali, mancanza di allineamento con i valori e/o gli obiettivi dell’azienda, mancanza di comunicazione.

Il 24% dei lavoratori e delle lavoratrici intervistati/e in Italia ha però deciso di lasciarsi alle spalle un lavoro svolto disciplinatamente per anni, per ragioni sanitarie. Perché continuare a lavorare in quelle mansioni, con quei ritmi, con quelle responsabilità e via discorrendo non era più compatibile con il proprio benessere fisico e/o mentale. Perché il lavoro stava nuocendo alla loro salute.

Prova ne sia che il 40% delle persone che si sono licenziate nel 2022, in Italia, non aveva altre proposte lavorative in vista nel momento in chi ha preso la decisione. Un problema per le aziende, a corto di personale, ma un ancora più serio problema economico per una popolazione che conta già un reddito medio inferiore rispetto alle nazioni più ricche dell’Eurozona, come Francia e Germania.

Uno dei settori in cui si è registrata un’altissima percentuale di dimissioni volontarie dopo la pandemia è stato quello della Sanità, soprattutto pubblica, con ricadute preoccupanti sulla tenuta del SSN. Il turnover, infatti non è stato assicurato. Nel 2020 la classe medica e gli/le operatori/trici sanitari/ hanno dovuto sottostare ad un carico di stress eccezionale. Le lavoratrici donne, con figli/e minori, impiegati nell’assistenza primaria si sono dimesse o hanno cambiato ambito lavorativo percentualmente più di altri lavoratori del settore. Nella sola Italia nel 2021 quasi 3mila medici/e ospedalieri hanno deciso di dimettersi, e 2mila tra operatori/trici socio-sanitari e infermieri/e impiegati in strutture pubbliche si sono licenziati/e. In tutta Europa mancano all’appello 1 milione e 600 mila operatori sanitari. Dati che fanno davvero riflettere.

QUITE QUITTING: COSA SIGNIFICA E PERCHÉ SI È DIFFUSO IL “LICENZIAMENTO SILENZIOSO”

QUITE QUITTING: in italiano LICENZIAMENTO O ABBANDONO SILENZIOSO. Si intende una forma di distacco dal lavoro che comporta il restare all’interno del proprio ruolo professionale eseguendo le mansioni richieste con il minimo dispendio possibile di tempo e di energie fisiche e mentali.

In altre parole, si pratica il quite quitting lavorando “il minimo sindacale”. Il o la quite quitter striscia il badge, o va in ufficio, o si collega al suo terminale per le ore stabilite dal contratto, ma esegue solo i compiti strettamente necessari in modalità basic. È una sorta di resistenza passiva messa in atto per pura “sopravvivenza”. La definizione ci arriva dal TikToker Zaid Kahn, il giovanissimo ingegnere newyorkese che in un video diventato presto virale, ha descritto il quiet quitting come un modo per scollare la persona che lavora, dal suo ruolo professionale.

Il quite quitting è una fenomeno epocale, diremmo una forma di autodeterminazione che va a scardinare uno dei principi fondanti del senso di autostima e di autoefficacia secondo i parametri occidentali: io sono ciò che faccio.  Zaid Kahn ricorda ai giovani della Gen Z che loro contano in quanto esseri umani, e non in quanto lavoratori o lavoratrici, perché diversamente potrebbero finire come le generazioni precedenti: workaholic (drogati di lavoro), stressati, depressi, dipendenti da sostanze, alcol, nicotina. Persone che fuori dal loro abito professionale non sanno più chi sono, né quale sia il loro scopo nel mondo. Malati nel corpo, e nella mente.

Kahn, nel video postato nel luglio del 2022 afferma: "Your worth as a person is not defined by your labor”

Ovvero: il tuo valore come persona non è definito dalla tua professione. Insomma, una vera rivoluzione culturale per gli USA, e un messaggio accolto dai coetanei e dalle coetanee di Kahn, che ne hanno fatto la propria bandiera. Tutto molto giusto, e romantico, se non fosse che il quite quitting è per lo più spia di un disagio profondo che va oltre la dimensione lavorativa. In qualche misura, rappresenta una sconfitta. Non del lavoratore/trice, ma del mercato del lavoro e della politica aziendale quale è stata fino ad oggi, e in parte continua ad essere.

Nei numeri il quite quitting non è definibile, non è facile capire chi, e come, lo pratica. Alcuni “segnali” di riconoscimento sono:

  • il rifiuto di eseguire compiti che esulino da quelli stabiliti per contratto;
  • mancata disponibilità ad eseguire straordinari, rifiuto nel rispondere a e-mail, chiamate e messaggi inviati al di fuori dall’orario di lavoro;
  • lavorare senza passione, senza interesse, in modo riluttante.

Una parte della Gen Z – nata tra il 1997 e il 2012 – che si è già affacciata sul mercato del lavoro, ha spesso alle spalle una storia di disillusioni legate ad uno scollamento tra le proprie aspirazioni/ambizioni, e la realtà di contratti punitivi. Il quite quitting si può fare amando il proprio lavoro, ma al netto del carico di stress che esso comporta, e che l’anno pandemico con il boom di smart workers ha messo in evidenza. L’invasione dello spazio domestico, l’allungamento dell’orario di lavoro con la richiesta di reperibilità H.24, il susseguirsi di riunioni da remoto e videochiamate ha, evidentemente, contribuito ad inaridire il lato piacevole del lavoro, depauperandolo di senso. Il quite quitting ci parla quindi di un’assenza di engagement, di una perdita di passione e di attaccamento alla professione. Il quite quitting può essere pertanto definito una risposta adattivo-passiva ad un ambiente lavorativo percepito come negativo, tossico, o poco stimolante.

Sotto il profilo della performance lavorativa generale, e quindi inteso come profitto di un’azienda, il quiet quitting non è positivo. Ma non lo è neppure per il lavoratore o la lavoratrice, che proprio nello scegliere modalità “di crociera” durante le ore di lavoro, in realtà vive in uno stato di sospensione da se stesso/a, che può avere ricadute serie sulla salute mentale.

Esiste, però, un’altra possibilità: il downshifting.

Downshifting, il quite quitting in positivo

Il quite quitting non è l’unica strategia applicabile ad un impiego insoddisfacente che, però, non si è in grado di abbandonare. Se viriamo in positivo questa modalità di licenziamento silenzioso, avremo il downshifting, la “semplicità volontaria”. In cosa consiste? Nella pratica di un sano e consapevole “lasciar andare verso il basso”, questa è la traduzione della parola inglese. Downshifting è l’applicazione sul lavoro della decrescita felice, una modalità slow e distaccata di affrontare gli impegni professionali senza farsene fagocitare. Nel downshifting ci si demansiona volontariamente, si rinuncia agli avanzamenti di carriera, si sceglie un part time al post di un full time, ci si rifiuta di assumersi troppe responsabilità.

La differenza con il quite quitting, è che il downshifting non rappresenta una sconfitta, un modo per tutelarsi quando si sta male all’interno di un impiego o si percepisce come tossico l’ambiente lavorativo. Non si tratta di una scelta fatta “contro”, per protesta, bensì “pro”, per se stessi. Il downshifting si percorre lucidamente per ridurre i livelli di stress e ottenere in cambio più tempo libero da usare per coltivare le proprie passioni o per stare in famiglia, o semplicemente per godersi di più la vita. Chi adotta il downshifting sceglie di guadagnare di meno nell’ottica di uno stile di vita più sostenibile, uscendo dal micidiale circuito del: lavora-guadagna-spendi.

Per molte persone una vita guidata dall’ambizione e dal bisogno di sentirsi produttivi – valori della società dei consumi – non è più accettabile. In quest’ottica il downshifting può rappresentare una modalità legittima di collocazione nel mercato del lavoro che andrebbe valorizzata.

HO LASCIATO IL LAVORO E ORA SONO PENTITO: È IL “GREAT REGRET”

Dopo Le Grandi dimissioni arriva il Grande pentimento. L’imponente ondata di licenziamenti volontari che ha caratterizzato il mercato del lavoro negli ultimi due anni sembra scemare. La ragione? Stando a sondaggi condotti sia negli Usa che in Italia, il problema è legato alla difficoltà di ricollocarsi. Trovarsi liberi da un impiego non soddisfacente offre un sollievo temporaneo che si riverbera positivamente sulla salute mentale. Ma quando questa stasi non è funzionale a individuare una nuova via lavorativa più consona alle proprie aspirazioni professionali e alle proprie esigenze di vita ciò che può conseguire è un peggioramento del proprio stato mentale.

Secondo i dati di un sondaggio condotto negli USA dalla piattaforma Paychex l’80% dei lavoratori/trici che hanno lasciato il loro impiego tra il 2021 e il 2022 si è pentito.

In Italia, secondo dati ricavati da una ricerca condotta dall’Osservatorio HR Innovation Practice legato al Politecnico di Milano, il 41% delle persone che nell’ultimo anno ha cambiato lavoro o ne sta cercando un altro dopo aver dato le dimissioni dal precedente, si è pentito della scelta fatta. Ci sono molte possibili interpretazioni per questo cambio di rotta. In primo luogo l’incertezza economica, che si riflette in un mercato occupazionale dinamico nell’offerta ma non nella qualità e nella stabilità dei contratti. Cercare un nuovo lavoro è quindi frustrante se ci si è lasciati alle spalle un impego che seppur non desiderabile in se stesso, forniva comunque una certezza salariale necessaria al sostentamento.

Orientarsi verso un impiego ancor meno soddisfacente e senza i requisiti cercati nel momento delle dimissioni rappresenta, perciò, una doppia sconfitta. “Shift shock e “new job regret” sono i termini chiave che definiscono la delusione che deriva dall’aver lasciato un brutto lavoro in cambio di uno ancora peggiore.

SHIFT SHOCK definizione coniata da Kathryne Minshew, CEO di Muse – piattaforma digitale che connette chi cerca lavoro con chi lo offre – che indica quella combinazione di sorpresa e delusione che coglie una persona neoassunta nel momento in cui si accorge che il nuovo lavoro non è affatto come si era aspettata in sede di colloquio. Una scoperta che sconvolge e provoca a sua volta rimpianti e rimuginio mentale.

La pandemia ha funto da spartiacque per molte persone nel mondo, avendo offerto una tregua dalla frenesia degli impegni quotidiani tipica dello stile di vita occidentale. Spesso quello che si è cercato cambiando lavoro è stato un cambio di vita, uno switch esistenziale. La ricerca di ritmi di lavoro più slow, di una più facile conciliazione tra lavoro e famiglia, e di uno smarcamento da ruoli spersonalizzanti o troppo carichi di responsabilità.

Dopo una scelta di questa portata, ci si aspetta che qualcosa di elettrizzante compaia all’orizzonte. Quando il tempo passa senza che queste aspettative vengano soddisfatte, il down è inevitabile.

Il “grande pentimento” può trasformarsi a sua volta in trigger di ansia, depressione, attacchi di panico e stati di stress altamente nocivi per la salute della persona. Il rimorso è pertanto una conseguenza non della scelta fatta in origine, che poteva avere delle giustissime ragioni, quanto dalla “risposta” del mercato del lavoro. In Italia chi si era dimesso nella speranza di trovare un impiego più vicino alle proprie aspettative in termini di flessibilità, di remunerazione, di gratificazione personale, è spesso rimasto deluso.

Ma i tre grandi fenomeni che abbiamo analizzato: Great resignation, Quite quitting e Great regret sono sintomi di un più profondo disallineamento tra le esigenze di business, e il benessere psicologico dei lavoratori e delle lavoratrici. Un “segno dei tempi”, direbbe Prince, che molte imprese e piccole aziende stanno imparando ad accogliere.

Salute mentale e produttività sul lavoro

Quanto conta avere lavoratori e lavoratrici in buona salute mentale? Alle aziende moltissimo, perché malattie psichiatriche o disturbi dell’umore quali depressione e ansia possono avere conseguenze anche economiche rilevanti sia in termini di ore di lavoro perse (assenteismo), che mal impiegate. Viceversa, le aziende che creano ambienti di lavoro meno stressanti per i lavoratori/trici, e che promuovono strategie per migliorare il loro benessere psicologico, hanno in cambio una resa migliore in termini di performance.

Ma in numeri?

Un sondaggio internazionale condotto dalla piattaforma per la formazione aziendale Good Habits sui suoi dipendenti, ha scoperto che in Italia il 70% degli intervistati ha vissuto o ancora vive un disagio mentale da stress o burnout che non è stato in grado di comunicare ai proprio superiori. Il 13% di loro ha avuto sintomi gravi. Ma… non ne ha parlato e ha scelto di praticare il quite quitting.

In molte aziende ancora manca questa consapevolezza, non si investe abbastanza nella creazione di un ambiente lavorativo “sano”, basato sull’empatia, sull’ascolto e sul dialogo. È questa la vera sfida del lavoro dipendente negli anni a venire.

Fonti di riferimento

CNBC Why 2022 Was The Real Year of Great Resignation

Young-Kook Moon, Kimberly E. O’Brien, Kyle J. Mann, The role of extraversion in the Great Resignation: A burnout-quitting process during the pandemic, Personality and Individual Differences, Volume 205, 2023, 112074, ISSN 0191-8869, https://doi.org/10.1016/j.paid.2022.112074.

Happiful What is Qiet Quitting (and Should you Do It)?

Boy Y, Sürmeli M. Quiet quitting: A significant risk for global healthcare. J Glob Health. 2023 Mar 31;13:03014. doi: 10.7189/jogh.13.03014. PMID: 36995298; PMCID: PMC10062397.

de Oliveira, C., Saka, M., Bone, L. et al. The Role of Mental Health on Workplace Productivity: A Critical Review of the LiteratureAppl Health Econ Health Policy 21, 167–193 (2023). https://doi.org/10.1007/s40258-022-00761-w

Morning Future Cosa c’è dietro la grande ondata di dimissioni dal lavoro

BBC The Great Resignation is over. What does that mean?

Culture now Toxic Culture is driving the Great Resignation

Spring Health How mental health Impacts the Great Resignation

Pandora Rivista Dalla Great Resignation ad una nuova retention: ripensare l’organizzazione aziendale

People Change 360 Great Resignation: che cosa è e cosa sta succedendo in Italia

The Jabian Journal Quiet Quitting Versus Deliberate Downshifting