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DIFFERENZA TRA ISOLAMENTO SOCIALE, DIPENDENZA DAL WEB E HIKIKOMORI

Il ritiro volontario come fuga dalla vita reale e rifugio nella realtà virtuale è solo uno degli aspetti dell’hikikomori. La dipendenza dal web è davvero un fattore di rischio?

HIKIKOMORI E WEB

Viene prima internet o l’hikikomori?

Hikikomori e egosintonia

Cos’è la dipendenza dal web

Il lockdown, l’isolamento e l’uso del digitale: primi dati sull’hikikomori

INTERNET E HIKIKOMORI: COSA VIENE PRIMA?

L’hikikomori e la dipendenza da internet possono coesistere ma non sono sovrapponibili e possono presentarsi separatamente. È molto importante aprire questo approfondimento sulla stretta relazione tra scelta di ritiro volontario e dipendenza da internet, partendo da questo punto fermo. L’uso indiscriminato del web anche come luogo-rifugio per tanti adolescenti può essere considerato un trigger e un fattore di permanenza nel disturbo, a partire, però, da una predisposizione individuale. Di questo siamo sicuri, perché le prime attestazioni di “forme severe di ritiro volontario” furono osservate in Giappone – il Paese d’origine del fenomeno – fin dagli anni settanta, periodo storico in cui internet non era ancora disponibile. Come abbiamo visto nella sezione dedicata all’origine dell’hikikomori come sottoprodotto del contesto socio-culturale giapponese, la sua codificazione e definizione risale al 1998, grazie allo studio dello psichiatra Tamaki Saitō (Hikikomori: adolescents without end, un best seller internazionale), e identifica persone che “si recludono in casa/camera per un tempo di almeno sei mesi”.

L’hikikomori trova subito nella “virtualità” il suo spazio ideale, ma il fenomeno del ritiro volontario è soprattutto espressione di un’alienazione dall’altro (inteso come essere umano), di una scelta di escludersi dalla “cose mondane” che implica una profonda difficoltà nel conformarsi alle regole sociali e di relazione. Inizialmente, quindi, hikikomori fu scelto dallo psichiatra Saitō come termine che andava ad identificare persone che decidevano di “uscire” da un gruppo di appartenenza (ad esempio i compagni di scuola o di università, gli amici, i colleghi di lavoro, i compagni di squadra se sportivi ecc.), in modo sistematico e progressivo, fino ad ottenere il completo isolamento/confino nella propria stanza. Che di fatto sancisce l’ultima e definitiva separazione: quella dal nucleo familiare. Che l’hikikomori cerchi poi nel web, nei videogames, nel mondo social, un’occupazione del proprio tempo, che diventa rito quotidiano e (in molti casi) ossessione, non implica il rapporto di causa-effetto. Il ricorso alla socialità virtuale può tuttavia rappresentare un argine alla dissoluzione dell’individuo, e soprattutto un modo per affermare la propria personalità senza dover sottostare alle convenzioni di una società “reale” percepite come insopportabili/inaccettabili/incomprensibili (atteggiamento da outsider).

La dipendenza da internet (e dai videogames) è invece un disturbo a sé stante, e va studiato, diagnosticato e curato con strumenti terapeutici appropriati. Altrimenti si rischia di confondere due fenomeni affatto diversi, che si presentano con caratteristiche specifiche e indipendenti tra loro.

“Il segno più importante che sta spesso alla base dell’intrattabilità di questi pazienti è l’assoluta egosintonia dei sintomi. Questi pazienti spesso si stupiscono dei nostri sforzi di curarli non comprendendo assolutamente dove sia il problema e soprattutto come dicono spesso “ma a chi do fastidio? Lasciatemi fare la mia vita”.

Professor Ignazio Ardizzone, neuropsichiatra infantile ed esperto di Hikikomori

HIKIKOMORI E EGOSINTONIA

Una delle principali differenze tra il fenomeno dell’hikikomori e lo IAD, è che la prima condizione è caratterizzata da una completa egosintonia dei sintomi. Significa che la persona che sceglie la reclusione esclusiva entro le mura della propria stanza per un periodo di tempo prolungato (e potenzialmente illimitato), lo fa per assecondare un’esigenza che sente come naturale e perfettamente legittima. Non c’è conflitto interiore, non c’è contrasto tra l’azione e il pensiero. La persona hikikomori, quand’anche non sentisse ostracismo completo nei riguardo dell’altro da sé (dissocialità), e quand’anche provasse una sorta di nostalgia per una socialità pienamente vissuta (anche come rifugio della mente), lo farebbe con distacco, senza compartecipazione e, quindi, senza sofferenza. La dipendenza dal web, come tutte le forme di dipendenza, è invece caratterizzate da egodistonia, ovvero da una conflittualità interiore tra ciò che si fa, e ciò che si vorrebbe fare, tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che, invece, si finisce per diventare. La persona affetta da web addiction severa vorrebbe riuscire a “smettere”, ma non riesce a farlo. L’hikikomori non vuole modificare la sua condizione, perché la trova coerente con il suo sentire, confortevole e adeguata alle sue necessità. Questa forma di equilibrio rappresenta anche un limite enorme quando si parla di terapia, perché è molto più difficile spingere una persona convinta di stare bene, a rivedere totalmente la propria impostazione di vita perché incompatibile con l’idea stessa di esistenza umana. Le forme di dipendenza, proprio perché mal vissute da chi ne soffre, sono invece caratterizzate da una perdita di controllo che spinge il soggetto a volerne uscire, ad un certo punto del suo declino.

COS’È LA DIPENDENZA DAL WEB

La dipendenza da internet – IAD (Internet Addiction Disorder) – è stato studiato come fenomeno fin dal 1996, agli “albori” della rete e della diffusione world-wide della connessione in rete. E tuttavia, ancora oggi viene considerato un disturbo “orfano”, non essendo stato incasellato tra le dipendenze nel DSM V. Si tratta di un dettaglio non trascurabile, che ci aiuta a comprendere la difficoltà degli esperti nella identificazione precisa del problema. Ovvero, se possa essere annoverato tra le patologie mentali e assimilabile alle dipendenze codificate come tali, oppure no. L’ISS monitora con iniziative e progetti di osservazione ad hoc il problema, al fine di ottenere dati certi sull’epidemiologia del fenomeno, e poter quindi studiare iniziative di prevenzione mirate. In ogni caso, lo IAD è considerato di per sé un trigger, un fattore di rischio per altri tipi di dipendenze quali quella dal gioco d’azzardo, dalle relazioni virtuali, dal gaming e dal sesso on-line. Internet diventa quindi il mezzo per eccellenza – perché sempre disponibile, in qualunque momento – per cadere vittime di ossessioni, compulsioni e dipendenze di varia natura, o per giustificare una tendenza all’isolamento.

Psichiatri e ricercatori hanno stilato un elenco dei comportamenti tipici/sintomi della dipendenza da internet, tra cui il pensiero ossessivo verso le attività on-line, modifiche nell’umore legate all’uso di internet e uso del web per “stare meglio”. Tipicamente, quindi, la persona affetta da IAD non necessariamente deve rinchiudersi in una camera per navigare in rete, ma manifesta un insopprimibile bisogno di accedere al web e alle sue connessioni dovunque si trovi, e qualunque cosa accada intorno a lui/lei. Manifestando, al contempo, sintomi disforici (stress, ansia, irritabilità) qualora questo non fosse possibile o altri cerchino di impedire la navigazione compulsiva (segnali di astinenza). Il mondo virtuale diventa pertanto predominante – ipertrofico – rispetto alla realtà del quotidiano e alle sue “interferenze”, percepite con fastidio e disinteresse, e ispirando comportamenti alienanti e antisociali.

SEGNALI DI UNA DIPENDENZA DA INTERNET (INTERNET ADDICTION DISORDER) NEI TEENAGER E NEGLI ADULTI UTILI AD UNA DIAGNOSI

  • Tutto ciò che riguarda Internet diventa il pensiero quotidiano dominante, il fulcro dell’esistenza: sia in fase precedente l’accesso, che in quella successiva
  • L’attività on-line aumenta di intensità e frequenza graduale, allorché la persona necessita di sempre più ore di connessione ininterrotte per ottenere gratificazione
  • Tutti i tentativi di interrompere o ridurre l’attività sul web si rivelano fallimentari
  • Il mancato accesso alla rete o agli strumenti di connessione al web generano sentimenti di frustrazione, irritabilità, depressione, eccitabilità
  • La durata delle sessioni on-line aumenta sempre più rispetto al tempo messo preventivamente in conto (perdita di controllo)
  • Le relazioni interpersonali si riducono e perdono di importanza, così come l’interesse per attività e hobby in precedenza praticati con passione
  • Si perdono importanti occasioni di incontro, di carriera, di studio per “colpa” di Internet
  • Il reale interesse e coinvolgimento nelle attività on-line viene nascosto e dissimulato. La persona tende perciò a mentire con familiari, amici, terapisti, insegnanti ecc.
  • Il web viene usato per alleviare stati d’animo sgraditi, quali ansia, depressione, solitudine, sfiducia eccetera

Sebbene una “moderata” dipendenza da internet, dal gaming e, più recentemente, dai social network sia comune e inevitabile soprattutto nella nuove generazioni (millennials e generazione X, tutti nativi digitali), e non possa pertanto ritenersi in alcun modo come una patologia assimilabile alla dipendenza dalle droghe, ciò non toglie che possa rappresentare a sua volta un forte fattore di rischio per altre condizioni mentali più problematiche e comportamenti autolesionisti e socialmente pericolosi. Non è questa, però, la sede per approfondirli. Basterà qui ricordare che:

  • Lo IAD è più probabile nelle persone geneticamente predisposte alle dipendenze.
  • La dipendenza dal web è in molti casi associata a problemi nelle relazioni interpersonali, disturbi dell’umore e malattie mentali quali ansia e depressione, alti livelli di stress e scarsa capacità di resilienza.
  • Soggetti timidi e insicuri, con bassa autostima sembrerebbero più vulnerabili allo IAD.
  • Spesso chi è soggetto a IAD è anche affetto da FOMO (Fear of Missing Out, paura di essere marginalizzati, una forma severa di ansia sociale).

Infine, giovani uomini e donne di mezza età, persone con bassa scolarizzazione e studenti universitari sono i soggetti più a rischio di sviluppare una dipendenza dal web.

IL LOCKDOWN, L’ISOLAMENTO E L’USO DEL DIGITALE: PRIMI DATI SULL’HIKIKOMORI

Il 2020, anno spartiacque nella storia mondiale per la drammatica crisi sanitaria generata dalla diffusione dell’infezione da Covid-19, sta cominciando ad essere studiato anche per le sue ripercussioni sulla salute mentale degli individui. Isolamento forzato e iperconnettività on-line – due condizioni che gioco-forza abbiamo dovuto sperimentare tutti – sembrano aver funto da agenti precipitanti di patologie borderline preesistenti, e come fattori di rischio per tutta una serie di altri disturbi da stress post traumatico, di cui non conosciamo ancora bene la portata. Di sicuro, IAD e hikikomori sono due fenomeni collegati (seppur, come già visto, non da un rapporto di correlazione diretta) sulla cui diffusione il periodo del lockdown ha inciso in modo importante. I primi studi ci offrono spunti di riflessione importanti.

Da un lato sembrerebbe che la tendenza all’isolamento dei giovani tipica dell’hikikomori non sia stata innescata dall’ininterrotto accesso alla rete in fase di lockdown, ma che, al contrario, tale necessità abbia portato ad una riduzione del rischio. Verso tale direzione sembra condurci un recente studio internazionale condotto tramite survey on-line su un campione di giovani tra i 16 e i 24 anni proprio durante le maggiori restrizioni imposte durante la pandemia, relativamente all’uso della rete e al rischio di hikikomori conseguente all’isolamento forzato. I risultati del sondaggio, e quindi le conclusioni dello studio, mettono in luce la necessità di continuare a monitorare gli effetti a lungo termine del ricorso compulsivo alla socialità virtuale come “surrogato” di quella reale nella fase post Covid-19, ma allo stesso tempo ne rilevano l’utilità come antidoto all’hikikomori. Il rischio sottotraccia è però quello di “prosciugare” di senso le relazioni tra coetanei, soprattutto nell’età in cui è più importante imparare a costruire rapporti interpersonali di valore, rendendole sempre più superficiali e sterili.

Uno studio italiano del 2021, invece, ci rivela qualcosa di più. Nelle conclusioni leggiamo che l’impatto della reclusione forzata durante il lockdown è stato estremamente negativo, in quanto associato ad un aumento dei casi di hikikomori, e soprattutto all’aggravamento di quelli già esistenti. Due sono state le evidenze emerse, con cui concludere questa sezione:

  • Che da un lato non esiste un nesso di causa-effetto assoluto tra l’esordio dell’hikikomori e la quarantena da pandemia. Questo perché la scelta del ritiro volontario è indipendente dalla contingenza mondiale legata al lockdown, ed è – come abbiamo visto – piuttosto legata a fattori individuali.
  • Che, d’altro canto, pandemia, lockdown e virtualità hanno però aperto le porte ad altre forme di isolamento sociale meritevoli di ulteriore osservazione e monitoraggio negli anni a venire.

Fonti:

https://www.liebertpub.com/doi/full/10.1089/cyber.2021.0171
https://zaguan.unizar.es/record/110839/files/texto_completo.pdf
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31354537/
https://middlegroundjournal.files.wordpress.com/2018/08/fandinohireviewsspring2018themiddlegroundjournal-org.pdf
https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyt.2016.00006/full
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC6635695/
https://www.liebertpub.com/doi/full/10.1089/cyber.2021.0171
https://zaguan.unizar.es/record/110839/files/texto_completo.pdf
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3480687/
Young, K. S. (1996a). Internet addiction: the emergence of a new clinical disorder. Cyberpsychol. Behav. Soc. Netw. 3, 237–244. doi: 10.1007/s10899-011-9287-4
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